Cerca
Close this search box.

I vini mediterranei di De Battè

Due etichette che raccontano un territorio e una storia, in grado di piacere a molti perché dotati di una originalità tutta loro.

La storia del vignaiolo Walter De Battè inizia circa trent’anni fa nel microcosmo che si apre da La Spezia ai Colli di Luni. Un areale a sé, un territorio ben delimitato che grazie alle particolari condizioni pedoclimatiche (le vigne sono affacciate sul mare, abbarbicate sui declivi terrazzati) può contare su un ecosistema ben definito. Lo dimostrano alcuni vitigni che più che autoctoni potremmo dire esclusivi di questo territorio. Dall’altro lato, però, la storia ha voluto farne anche un confine o meglio, un crocevia tra nazioni (dal Regno sabaudo al Granducato di Toscana), via terra ma anche via mare con l’approdo del Golfo di La Spezia. Un corridoio ideale per far circolare i vini, le idee e i vitigni. Ecco perché qui si sono ambientate quelle viti che caratterizzano tutto il Mediterraneo, rilanciando l’idea di un grande ecosistema che dalle coste francesi alla Spagna fino alla Grecia e al Nord Africa ha radici comuni.

Per parlare dei vini firmati, anzi, concepiti e creati, da Walter De Battè bisogna partire da qui, da questa koiné che non è solo ampelografica, ma è – prima di tutto – culturale. Lui, uomo di Marina, fino alla maturità ha lavorato all’Arsenale poi la svolta dettata dalla passione per la viticoltura e per quelle terre dove le vigne si misurano in metri e non in ettari tanto è la fatica per strappare le terrazze al mare. Le terre della sua famiglia e gli appezzamenti della moglie dove, prima di coltivare la vite, ha iniziato a studiarla. Il vitigno Bosco, prima di tutto, che per quasi un decennio lo ha coinvolto in sperimentazioni e ricerche che gli hanno addirittura fruttato – nel 2009 – il riconoscimento dall’Accademia dei Georgofili. Quindi Vermentino e Albarola, più antichi come insediamento ma anche più diffusi nell’ambito mediterraneo. Poi la Granaccia – che riporta all’Alicante e al Cannonau – vero e proprio vitigno bandiera del Mediterraneo per arrivare al Syrah con le sue radici orientali, l’antica Persia di Shiraz, e le grandi espressioni in Sicilia e Toscana.

Un microcosmo dove c’è tutto questo e forse anche di più. Perché sulla storia dei vini si instaura quella dell’uomo, vignaiolo quasi autodidatta, studioso instancabile, con una passione per la filosofia e per Nietzsche che lo ha condotto ad avvicinarsi a una certa idea di prodotto: “Il vino – spiega – nasce dal Dionisiaco. Siamo poi noi che cerchiamo di dare delle definizioni che spesso però risultano forzature. Il vino, lasciato libero, esprime un irrappresentabile”.

Walter De Batté è storytelling prima dello storytelling, il suo vino è immediato e cerebrale al tempo stesso. Con un’identità fortissima, a partire dall’impiego delle macerazioni che esprimono la sua firma, da un lato, mentre dall’altro – spiega – sono il frutto di una cultura di vinificazione che nel Mediterraneo ha fatto storia. Però niente deve diventare un dogma: ecco perché cambiano i nomi dei suoi vini, le etichette, le denominazioni a cui molto spesso rinuncia.

Adesso sono molto affascinato dall’acciaio, un materiale spesso considerato come neutro anche se così non è perché al suo interno ci sono le correnti galvaniche che tendono a indurire i vini cosa che non avviene nei materiali osmotici come il cemento, la terracotta o il legno”. L’acciaio che permette di preservare l’acidità dei vini anche in tempi di riscaldamento climatico senza dover rinunciare alla permanenza sui lieviti con l’apporto di “grassezza”: “Morbidezza e tensione come in un gioco di maschere”.

Ecco perché i vini di Walter De Battè prima di bersi, si raccontano. Vini che possono piacere a tanti perché lontani da ogni logica di costruzione. Vini non fatti per piacere ma per essere liberi di esprimersi. Un paradosso fortunato o, meglio, un gioco come direbbe Nietzsche.

De Battè e Stefano Albenga in azienda
De Battè e Stefano Albenga in azienda

Le etichette che vogliamo farvi assaggiare virtualmente (almeno per ora) sono due. Per descriverle usiamo il linguaggio unconventional del nostro Stefano Albenga. Il Cerrolungo bianco Pentesilea “è un vermentino mistico che ha nell’equilibrio e nell’eleganza le sue doti principali. Un macerato, un vino naturale a tutti gli effetti, una grande firma”. Il Cerrolungo Scià Maddalena un blend di granaccia, sangiovese, ciliegiolo, canaiolo: “lo stile di De Battè si riconosce tantissimo con una grassezza e un’opulenza bilanciate da un equilibrio speciale, molto molto sottile, femminile”.

Il dionisiaco che libero di esprimersi non rinuncia all’equilibrio, a quella parte di apollineo che sembra esservi insita. Chissà cosa ne direbbe Nietzsche.

Condividi l'articolo

Altri articoli che potrebbero interessarti...